Menu

Paolo Lagazzi su “Montedoro”

Paolo Lagazzi su “Montedoro”


Montedoro è più d’un film: è un’avventura iniziatica, una sacra rappresentazione, una parabola lirica su quel cielo che si annida nelle crepe, nel magma, nella violenza della memoria. Faretta sa condurci per mano con rara forza e delicatezza, sa guidarci con piccoli tocchi o passi, sa suggerirci i sentieri silenziosi per inerpicarci lungo i crinali di una realtà umana, storica e naturale impervia, brulla e scoscesa come le rughe della povertà, come le ferite di un tempo mai redento. Ogni attimo, ogni stacco del suo racconto è un quadro visionario, un taglio epifanico e sanguigno, un azzardo di luci e ombre, una concrezione di umori, un nodo di materie e sfaceli, un riverbero di fuochi e sassi intrisi di sensi arcani, ineffabili, oscuri come il mistero cosmico del dolore. Da questi muri sul punto di sbriciolarsi, da queste terre per capre raminghe, da queste creature arse dall’impossibilità di stringere in parole il loro destino si libera una poesia che ha lo stesso respiro del Tarkovskij più innamorato delle forme elementari del mondo, che ha la stessa “cristiana” e pagana bellezza dei sacchi di Burri.

Il tempo ondeggia, si arresta, ritorna sui propri passi mentre la protagonista vaga, vacilla, risale la montagna sacra dei morti per poter arrivare a riconoscere ciò che non ha fondo: l’imprendibilità del passato, il suo essere prigioniero dei fantasmi. Solo nella natura fantasmica di ciò che è perduto, sembra dirci Montedoro, è custodita la verità, la ricchezza, la luce ultima di tutti noi: solo di fronte all’abisso della morte la vita s’impenna, a tratti, nel canto tragico, nel coraggio delle lacrime. •

Paolo Lagazzi




Tags: , , ,
Share

This is a unique website which will require a more modern browser to work!

Please upgrade today!